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Covid-19, ANAAO: «Medici in fuga dagli ospedali pubblici»

Solo il 54,3% vuole lavorare nel SSN nei prossimi 2 anni

8 Gennaio 2021

Un esodo che la “tempesta” Coronavirus rischia di favorire. La sofferenza dei camici bianchi viene da lontano, amplificata dalla pandemia che ha reso insostenibili intensità assistenziale e carichi di lavoro, tanto che solo il 54,3% dei medici ospedalieri di oggi pensa di lavorare ancora in un ospedale pubblico nei prossimi 2 anni.

 

E oltre il 75% ritiene che il proprio lavoro non sia stato valorizzato a dovere durante la pandemia, mentre i dirigenti sanitari danno, in media, un giudizio più positivo. È quanto emerge dalle 2.461 risposte a un questionario promosso nel mese di ottobre dall’Anaao Assomed tra i suoi iscritti.

 

«Le ragioni che spingono ad abbandonare gli ospedali, fenomeno già registrato in Inghilterra e in Svezia ed ora anche in Germania, sono riassumibili in un comprensibile spirito di sopravvivenza», si legge in una nota del sindacato. «L’eccesso dei carichi di lavoro, legato a una carenza numerica persistente al di là della giostra dei numeri sulle assunzioni, la rischiosità del lavoro, la sua cattiva organizzazione e lo scarso coinvolgimento nelle decisioni che lo riguardano, un problema per il 60,3% dei medici, insieme con una retribuzione non adeguata all’impegno richiesto, rappresentano i fattori determinanti».

 

I medici ospedalieri, come anche i dirigenti sanitari, «si sentono schiacciati da una macchina che esige troppo e che nemmeno ascolta la loro voce, svalutati e frustrati da un’organizzazione del lavoro che non sembra avere tra le priorità i loro bisogni e le loro necessità, sia come lavoratori che come persone. È ormai chiaro che il perseguimento della sola efficienza, misurata guardando ai bilanci e agli indicatori numerici e perseguita attraverso progressive riduzioni delle risorse disponibili, è un nemico della resilienza del sistema nel suo insieme», evidenzia l’Anaao.

 

L’emergenza da Covid-19 ha messo dolorosamente a nudo questa fragilità. «Per evitare il disastro serve un cambiamento radicale rispetto alle politiche del passato, cominciando a rinunciare all’illusione di potere governare un sistema complesso esclusivamente attraverso un illusorio controllo dei conti. Occorre certamente aumentare le risorse e le retribuzioni ma, fattore altrettanto importante, secondo il nostro campione, anche coinvolgere i professionisti nei processi decisionali che governano la macchina ospedaliera», scrive il sindacato.

 

«Tappare i buchi non basterà senza rendere compatibile la professione ospedaliera con le esigenze della vita al di fuori dell’ospedale, specie per le donne che curano, avviate a costituire la maggioranza dei curanti, le quali si sentono, e sono, la parte della categoria più in difficoltà. Quasi il 75% delle donne  ̶  prosegue l’Anaao  ̶  si dichiara insoddisfatto, in qualche misura, della conciliazione tra vita privata e lavoro, con il 20% molto insoddisfatto». L’analisi contiene però anche una nota di speranza.

 

Le risposte ricevute indicano che «al di là delle difficoltà e degli ostacoli, i medici ospedalieri e i dirigenti sanitari conservano una grande passione per il loro mestiere. Nonostante pochi definiscano “prestigiosa” la professione, per molti essa rimane “affascinante” e, almeno per quanto riguarda il rapporto con i pazienti, capace di dare gratificazione. Il compito dei decisori politici di oggi e dei prossimi anni dovrebbe, dunque, essere quello di valorizzare queste spinte positive e questo grande capitale di qualità umane e professionali», conclude l’Anaao Assomed.

 

Fonte: Adnkronos Salute

(ph: Shutterstock)

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